Dalla Famiglia alla Comunità

1. Dhammza Flickr 2006

Il progetto che la Comunità propone

è un progetto ricco e impegnativo, che va ben oltre il semplice "non utilizzare droghe" e tocca gli aspetti più profondi dell'essere. La Comunità non si propone soltanto come un luogo di assistenza dove degli operatori forniscono una serie di servizi agli utenti: la Comunità ha un progetto molto più ambizioso, che è quello di proporre uno stile alternativo di vita, un modo di vivere diverso, per molti aspetti controcorrente. Ogni forma di dipendenza (tossicodipendenza, alcool-dipendenza, gioco d’azzardo, ecc.), secondo noi non è un problema esclusivamente o prevalentemente medico, ma è qualcosa di molto più complesso, una congestione esistenziale: la risposta alla droga non può che essere, 2. Dhammza The   selfportrait Flickr 2006quindi, sullo stesso piano, quello della vita, e sono spesso illusorie le risposte che puntano solo ed esclusivamente sul farmaco e sulla risoluzione del problema fisico. La Comunità propone di uscire dalla droga affrontando alla radice i problemi e perciò chiede di mettere in discussione se stessi dal profondo, e non solo nei propri atteggiamenti esteriori (il "farsi"). Questo atteggiamento è richiesto a chiunque viva e condivida l'ideale della Comunità, in qualunque ruolo si trovi: nella Comunità non esistono "operatori" e "utenti" in quanto categorie distinte e contrapposte, ma solo persone, uomini e donne, che accettano di mettersi al servizio gli uni degli altri, ognuno con il proprio ruolo e le proprie diverse responsabilità, ma tutti con la disponibilità a confrontarsi e a mettersi in discussione.

Nessuno potrebbe vivere a lungo nella Comunità senza accettare questa sfida, nascondendosi dietro il proprio ruolo e la propria autorità. All'interno della Comunità tutti fanno qualcosa per se stessi ma contemporaneamente per gli altri, anche se inizialmente le motivazioni forti sono solo quelle egoistiche del proprio bisogno di cambiare, o di fuggire da una situazione ormai insostenibile. La maturità di una persona, ed è questa un'altra idea portante della Comunità, si misura anche dalla sua capacità di essere al servizio degli altri. Il percorso che si deve sviluppare è quello che conduce da una fase di dipendenza egoistica a una fase di attivismo altruistico, cioè da una situazione in cui ci si trova a dipendere dagli altri per l'egoistico motivo che si è incapaci di cavarsela da soli, a quella in cui il proprio agire in modo autonomo diventa funzione sostanziale del benessere altrui.

3. Dhammza I let love in Flickr 2006

La Comunità si pone di fronte alla società in termini che sono alternativi a certi suoi meccanismi disumanizzanti e rifiuta il ruolo di "terapeuta" che mira ad agire sul comportamento che esce dagli schemi comunemente accettati per ricondurlo nell'ambito della "normalità". Rifiuta il ruolo di "gestore del disagio" funzionale ad una società che comunque si pone dalla parte della ragione e scarica sul "deviante" ogni responsabilità. La Comunità ha certamente un valore "terapeutico" nel senso che (dall'etimologia della parola terapia, che deriva dal greco theràpon = servo) si mette al servizio di ognuno dei suoi membri (o, forse, sarebbe meglio dire al suo fianco), per aiutarlo a recuperare le sue potenzialità e ad inserirsi nel flusso attivo della vita. Ma questo ruolo non è quello che la fonda, perché di per se stessa la Comunità è altro: è un ambito di crescita di persone e di rapporti interpersonali veri, è un modello di vita gratificante e stimolante, è proposta di vita. Questo atteggiamento "alternativo" o comunque critico nei confronti della società non deve comunque essere interpretato nel senso dell'accentuazione della responsabilità sociale rispetto a quella individuale: al contrario ciò che si valorizza in Comunità è l'individuo e le sue capacità di modificare le situazioni di conflitto con l'esterno a partire dal proprio impegno personale, al di là di ogni atteggiamento vittimistico. L'analisi delle deficienze strutturali della nostra società, che pure fa da sfondo alla vita comunitaria, non ha dunque come sbocco una minimizzazione delle responsabilità personali, in base anche al principio-chiave che su noi stessi possiamo e dobbiamo agire in modo diretto e immediato, mentre l'azione sulla società (cioè l'aspetto "politico" della Comunità) si realizza con tempi e modi diversi che non sono completamente sotto il nostro controllo. Viste queste premesse, è chiaro che nella Comunità la terapeuticità diventi essenzialmente implicita e poggi sulle dinamiche del gruppo, sulla formazione e sul lavoro, piuttosto che su interventi psicologici/psichiatrici espliciti o su tecniche standardizzate. Questo non significa che ci sia un rifiuto dell'intervento "professionalizzato", che anzi è una ricchezza cui la Comunità attinge con sempre maggior attenzione, ma semplicemente che questo tipo di intervento non è lo specifico della Comunità, quanto un supporto cui ricorrere in situazioni particolari e definite (per esempio nel momento in cui si evidenziano, accanto al disagio della tossicodipendenza, patologia psichiatriche concomitanti): un po' come il genitore che, se deve insegnare a suonare il violino al proprio figlio, chiede l'intervento del maestro, ma non per questo gli delega in toto la sua educazione che è invece sua responsabilità precisa al di la di ogni "professionalizzazione". La Comunità è essenzialmente ambiente di famiglia e pone questa come modello di riferimento.