A 44 anni dalla nascita della comunità di S’Aspru, sulle colline di Siligo, in Sardegna, continua ad ardere una delle esperienze più profetiche della presenza francescana accanto alle fragilità del nostro tempo. Era il 22 maggio 1982 quando Fra Salvatore Morittu, insieme a sette ragazzi usciti dalla tossicodipendenza, arrivò in quella casa abbandonata nel cuore della Sardegna. Oggi, dopo oltre quattro decenni, quella collina continua a essere un luogo di rinascita, di misericordia e di Vangelo vissuto.
S’Aspru è oggi una casa dell’anima per i giovani segnati dalle dipendenze, dalla disperazione, dal desiderio di ritrovare se stessi. Una risposta concreta a una piaga che continua a ferire profondamente la società e davanti alla quale non si può abbassare la guardia.
«Ci imploravano: aiutateci ad avere ragioni per vivere», racconta oggi Fra Salvatore Morittu, «Volevano convertire la loro vita finalmente a una vita dignitosa». Parole che custodiscono il cuore più autentico della missione francescana: stare accanto all’uomo ferito senza giudicarlo, condividere il peso delle sue fragilità, restituirgli dignità e speranza.
Su quella collina, il carisma di san Francesco ha incontrato anche l’anima più profonda della Sardegna: la terra, il lavoro contadino, il contatto con gli animali, il ritmo semplice della natura. Una pedagogia silenziosa ma potentissima. «Dio ci ha permesso di trasformare questa realtà così antica in “teatri straordinari di pedagogia e di insegnamento per l’uomo”», afferma ancora padre Morittu. «Il contatto diretto con la campagna, con le pecore, con le mucche, con la vita concreta dei nostri pastori è diventato un luogo di guarigione interiore».
A S’Aspru il recupero non è mai stato soltanto terapeutico. È stato umano, spirituale, relazionale. Un cammino che passa attraverso il lavoro condiviso, la fraternità, la fatica quotidiana e soprattutto la scoperta di essere ancora degni di amore. Ma quella collina ha conosciuto anche il dolore più duro. Nel 1985 nella comunità morì il primo ragazzo sardo colpito dall’AIDS, in anni in cui quella malattia faceva paura e veniva spesso accompagnata dall’emarginazione e dal silenzio.
«Dio ci ha fatto toccare una realtà di umanità che non pensavamo mai di poter conoscere», ricorda Fra Morittu. «Anche quella terribile malattia è diventata un terreno di incontro con l’uomo, con la sua possibilità di redimersi e di essere aiutato».
Da allora i malati sono diventati “compagni di viaggio” della fraternità francescana, accolti ancora oggi nella Casa Famiglia Sant’Antonio Abate di Sassari. Un altro segno concreto di come i Frati Minori abbiano scelto di abitare le periferie dell’esistenza, lì dove la sofferenza domanda presenza e misericordia.
Oggi quella fedeltà continua. Fra Stefano Gennari sottolinea come la comunità di S’Aspru rappresenti ancora una scelta attuale e necessaria per i Frati Minori. «S’Aspru è una storia grandiosa, una storia di fedeltà e di amore», dice. «Ancora oggi i frati desiderano sposare questa realtà: è un segno di grande attualità rispetto alle fragilità del nostro tempo».
Parole pronunciate da Santa Maria degli Angeli, dove Fra Stefano si trova per i lavori del Capitolo provinciale dei Frati Minori, quasi a sottolineare il legame profondo tra il cuore del francescanesimo e questa missione accanto agli ultimi.«Continuiamo a dirci il nostro sì», prosegue. «Il nostro sì come frati, il nostro sì per continuare a stare dentro un mondo che grida aiuto».
È forse questa la definizione più vera di S’Aspru: una risposta a un grido. Il grido di tanti giovani prigionieri delle dipendenze, spesso svuotati di speranza e incapaci di immaginare un futuro. Un grido che i Frati Minori hanno scelto di ascoltare senza paura. E in un tempo in cui le dipendenze assumono forme sempre nuove e pervasive – dalle sostanze alle dipendenze digitali, dall’alcol al gioco – esperienze come quella di S’Aspru ricordano alla Chiesa e alla società che nessuno può salvarsi da solo e che ogni fragilità domanda comunità, vicinanza e cura.
«Vogliamo augurarci che ancora su questa collina ci sia tanto odore di resurrezione», conclude padre Morittu. «Che l’uomo possa ritrovare se stesso e, ritrovando se stesso, ritrovare anche il suo Dio».
È questo, in fondo, il miracolo che da 44 anni continua sulle colline di Siligo: trasformare la sofferenza in fraternità, la caduta in rinascita, la disperazione in vita nuova. «Questa storia, iniziata il 22 maggio 1982, non è finita…continuerà finché ci saranno persone che chiedono ed altre che donano».
